Co-progettare

Il compito del prendersi cura per educare, curare, assistere, prevenire non può prescindere dall’intervenire sulla storia delle singole persone, attivando una consapevole condivisione e costruendo una dignitosa possibilità di esistenza. Superare gli ostacoli bio-psico- sociali-culturali-economici che rendono difficile la piena partecipazione responsabile delle persone alla vita della propria famiglia/comunità è il compito che i tecnici della salute mentale, le famiglie e le comunità dovettero affrontare nel 1978 con la chiusura dei ma- nicomi e il cambiamento dei luoghi. Impossibile era la guarigione ed efficace la cura nel restituire alle per- sone malate i diritti a una dignitosa qualità di vita: cambiando i contesti sociali, familiari, istituzionali e terapeutici. La cultura che contrasta con le evidenze scientifiche doveva essere modificata dalla prassi, ca- pace di aprire varchi inclusivi delle diversità sofferenti. Fare questo comportava, per tecnici, famiglie e comu- nità, la necessità di assumere responsabilità importan– ti e sperimentare la possibilità di un progetto personalizzato che includesse variabili non attinte dai modelli clinici, modificando e rendendo comprensibile il lin- guaggio scientifico.

Il progetto personalizzato non era possibile dentro a istituzioni in cui si lavorava con una programmazione e pianificazione ripetitiva e inerziale. Il progetto di vita cessava, divorato dalla malattia, che poteva essere cura- ta solo nell’isolamento pianificato dell’ospedale. Il mo- dello di cura delle malattie infettive era stato adottato anche per malattie e disturbi mentali e disabilità sociali. Un progetto che invece mette al centro la persona sofferente e i suoi bisogni, la sua storia soggettiva, e tra parentesi la malattia, porta al superamento continuo del pensiero e delle pratiche preformate. Il progetto di vita è il concetto che introducemmo, accettando l’incertez– za, perché non sapevamo come e dove ci avrebbe con- dotto la relazione con la persona sofferente e il suo con- testo. Sapevamo che, liberandola e liberando noi stessi dall’ideologia della malattia, poteva iniziare una prassi di cambiamento: se venivano costruite alternative di vita e contesti possibili, si potevano attivare le risorse delle comunità ed eliminare il bisogno di istituzionitotali. Le istituzioni totali non curano e propagano una cultura distruttiva delle famiglie e delle comunità. Il progetto terapeutico riabilitativo personalizzante è rivolto invece alla persona con malattia, ma prende in carico anche la famiglia e la comunità. La persona sofferente e il suo contesto divengono risorse positive.

Questa è la ragione per cui lo chiamammo progettoperché il progetto evoca valori, scelte, desideri, perché sipro- getta ciò che si desidera insieme. Il nostro compito era garantire una vita dignitosa. Dentro alla parola pro- getto c’è la libertà, la sostenibilità e la trasformazione. Un altro obiettivo è la scommessa che affronta il pes- simismo prognostico come artefatto giustificativo del- le istituzioni totali. Le profezie prognostiche sono vere non perché prevedono il futuro ma perché lo costrui- scono. Integrare, includere le persone con prognosi ne- gative nei contesti civili restituisce loro diritti e respon- sabilità che sono stati disconosciuti: al lavoro,alla casa, alla formazione e all’affettività. Volevamo e poggiava- mo l’azione su un progetto che prevedeva il coinvolgi- mento, la partecipazione diretta, la scelta delle persone, anche se sprofondate nella disabilità e nelle distruzio- ni che avevano ricevuto dalle nostre benefiche istitu- zioni. Davamo concretamente e praticamente la pos- sibilità che il processo di liberazione potesse avvenire. Per valutare le pratiche adottammo sistemi probabili- stici a priori, che includono le variabili soggettive di scel- ta, esperienza, desideri, perché il progetto è azione libe- ra e responsabile, nasce dalla relazione umana; evoca e già è trasformazione. Se invece si accetta la realtà così com’è, non avviene la relazione trasformativa e pro-gettuale; non si crea nulla se ci va bene il presente.

I valori opposti al progetto sono quelli che riguar- dano la pianificazione, che è un’attività di potere pre- ordinato. Tipico sistema di gestione delle istituzioni totali (reclusive e separative ieri e divenute diffuse e monovaloriali attraverso la dittatura del denaro nella modernità), è oggi utilizzato in modo esteso, ad esem- pio, nella coazione assistenziale dei minori di famiglie povere, a bassa contrattualità sociale e giudicate prive di capacità genitoriale, i cui figli possono essere seque- strati, messi in produzione dentro le strutture protette a gestione privata/speculativa/sociale e le loro famiglie azzerate per indegnità manifesta. Altrettanto dicasi per le persone anziane, sole e povere e per i giovani con disabilità sociale. Questo esercito di scarti umani è già visibile nella scuola superiore, tra i ragazzi che abban- donano gli studi e il lavoro e alcuni che si chiudono e si isolano nel mondo virtuale. Il contrasto alla povertà educativa re-include questi ragazzi nei progetti collet- tivi. Ci si prende cura del destino degli anziani soli, dei ragazzi scomparsi e di quelli con disabilità sociale candidati alla carriera istituzionale. Si affrontano la vio- lenza di genere, la dipendenza patologica e i temi am- bientali con iniziative specifiche in tutte le classi coin- volgibili e sviluppando una rete di aiuto/intervento e counseling orientato per tutta la comunità locale. La cura, come l’educazione (dimensioni indistinguibili nel- la presa in carico educativa o/e sanitaria), non possono diventare un obbligo alla virtù. La virtù è una scelta, una fatica; la virtù è il coraggio e la forza di scegliersi.

Co-gestire

Questo progetto ha un’impostazione sperimentale- euristica, alla ricerca degli strumenti necessari percom- battere la disuguaglianza attraverso azioni positive di 34 comunità. Cerchiamo di restituire alle realtà locali il potere che hanno perduto e che non sono più in gra- do di esercitare. Oggi si evoca la disuguaglianza nell’i- tinerario educativo dei nostri ragazzi, alludendo al merito e all’eccellenza. Il censo è tornato ad essere il motore della riproduttività del privilegio, escludendo i poveri dai nuovi saperi, accessibili solo a pagamento. Potere è sapere. L’analfabetismo comunicativo di ri- torno è dovuto alla sudditanza che i mezzi di comuni- cazione producono in chi non ha strumenti per cono- scerli e dominarli. I nostri ragazzi devono accedere al 4.0 già nella scuola dell’obbligo, soprattutto se sono portatori di Disturbi Specifici dell’Apprendimento o Disturbi dello Spettro Autistico.

È dal contrasto competente e innovativo alla po- vertà educativa e alla disuguaglianza che dipende il nostro stesso futuro. La co-progettazione, co-gestione e co-produzione tra sistema pubblico di welfare, terzo settore e sistema privato competitivo del secondo set- tore è oggi l’occasione più grande per ricostruire l’in– frastruttura sociale necessaria alla produzione di una ricchezza redistributiva, rispettosa dell’ambiente, del lavoro dignitoso e della competizione innovativa su un mercato ridivenuto strumento e non finalità unica. Le forme organizzate di welfare famigliare, comunita- rio e aziendale sono essenziali per la produzione di ricchezza redistributiva, in grado di contrastare la po- vertà educativa in modo strutturale, culturale e conti– nuativo. Molto c’è da riorientarnel bagaglio educati- vo e negli altri settori del welfare.

L’invasività del mercato e la sua vocazione alla neu- tralità interessata tendono a modificare la relazione educativa in prestazioni prezzate, da vendere e com- prare, in un’infinita offerta consumistica, che produce egoismo alienante e deresponsabilizzazione, ma anche conoscenza e connessioni estese che rimodellano la soggettività e il potere dei giovani. I ragazzi fragili sono catturati, soprattutto se poveri, dalle organizza- zioni private convenzionate, immessi nei centri riabi- litativi a ciclo diurno con prestazioni tariffate per l’in– trattenimento e cronicizzati dalla ripetitività inerziale delle tecniche e dalla progressiva involuzione istitu- zionale delle organizzazioni che accompagna i giovani nelle strutture protette. I ragazzi fragili già a sei anni, se poveri e con disabilità pronunciata, iniziano la car- riera di fattori produttivi per altri: nei centri riabilita- tivi, nelle strutture protette, negli istituti. La loro car- riera scolastica si interrompe all’obbligo; poi sono immessi nelle istituzioni pubbliche/private; scompa- iono nei centri riabilitativi convenzionati, che consu- mano l’80% delle risorse dedicate ai minori/giovani con disabilità e descolarizzati. La percentuale delle persone con disabilità sociale che accede alle scuole superiori è molto bassa, quasi nullo è l’accesso all’uni– versità o al lavoro. Tra Nord e Sud, le percentuali dei giovani con disabilità scolarizzati e/o avviati al lavoro sono molto diverse: basse al Sud, più alte al Nord e concentrate nelle città. Al contrario, il numero delle persone in strutture protette è basso al Sud e alto al Nord. Le organizzazioni del terzo settore presenti in tutta Italia e in tutti i comuni si avviano a divenire protagoniste del sistema di welfare inclusivo, ma de- vono superare gli ostacoli posti dalle potenti organiz- zazioni del mercato finanziario, che aggredisce il siste- ma di welfare stesso, utilizzando modelli istituzionali superati, concentrazionali ed espropriativi delle risor- se umane ed economiche della comunità. Gli appalti e il sistema di accreditamento strutturale sono il me- todo con cui i gruppi finanziari costringono il sistema pubblico a delegare il proprio compito al mercato. La co-progettazione, co-gestione, co-produzione pubbli- co-terzo settore è resa difficile dal mercato, che stabi- lisce prima il confine competitivo.

I tentativi reiterati di stabilire norme favorevoli all’inserimento lavorativo delle fasce deboli e allo svi- luppo umano ed economico locale, producendo una ricchezza contestualmente redistribuita, co-gestendo insieme al terzo settore i percorsi personalizzanti, sono stati cassati (si pensi al congelamento, voluto dall’ex presidente dellAutorità nazionale anticorruzione Raf- faele Cantone, dell’art. 55 della legge 117/2017, che rendeva possibile la co-gestione, depennato per turba- tiva della concorrenza). Ciò significa che anche i disabi- li diventano oggetto del mercato, da vendere e compe-rare. Il sistema pubblico non può appaltare il proprio compito costitutivo al privato, ma deve utilizzare stru- menti privatistici per una maggiore efficienza, efficacia, uguaglianza e per co-gestire con il privato, statutaria-

mente orientato al bene comune (percorsi educativi personalizzanti, di cura e assistenza, previdenza e for- mazione-lavoro). I processi inclusivi, di contrasto alle disuguaglianze nell’educazione/formazione, tutela del- la salute/assistenza/previdenza/lavoro, sono costitutivi dei diritti e delle responsabilità individuali e colletti– ve. Il terzo settore è nato per fornire strumenti inno- vativi, efficaci, efficienti e uguali ai sistemi pubblici e privati, finalizzati all’inclusione all’impresa lavorativa.

s.

Tratto da: Ricucire le campanelle – Angelo Righetti Dai Budget di salute ai Budget Educativi

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